Home Su Scuole-Rifiuti News 1 News 2 Luci Rosse News 3 Palestina

NEWS LETTER

Su

news letter 1     news letter 2      news letter 3 

ARTE PER LA PACE. “Gli occhi della Palestina”. Così si chiama il progetto di un’esposizione di artisti palestinesi contemporanei, promossa da Amici della Terra Lombardia, Associazione culturale artistica “M’Arte” e “Vento di Terra”. Dopo la grande mostra tenutasi, qualche mese or sono, a Palazzo Reale a Milano, intitolata “Israele Arte e Vita”, è stata proposta all’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Sgarbi, la sua “controparte”, gli “Occhi della Palestina”. Sgarbi, interessato all’idea, ha incaricato il Presidente di Amici della Terra Lombardia, Stefano Apuzzo, di compiere una missione in Palestina e di presentare un progetto di fattibilità per la mostra. “Siamo convinti che l’arte e la cultura rappresentino un veicolo straordinario per trasmettere messaggi di pace, di conoscenza, di solidarietà e di comprensione tra i popoli”, dichiara Apuzzo, trovando conferma nella voce di Tayseer Barakat, uno degli artisti più rappresentativi del panorama palestinese dei Territori e dell’esilio, incontrato durante la missione: se dipendesse dagli artisti- dice Barakat - la pace tra israeliani e palestinesi sarebbe stata fatta in tre giorni”.

La missione in Palestina

Raggiunta Tel Aviv il 4 aprile, abbiamo proseguito per la città di Ramallah, nei Territori Occupati.

Da subito, con il supporto dei volontari della Ong “Vento di Terra”, già presenti in loco per seguire i progetti presso il campo profughi UNRWA di Shu’fat, ci siamo messi alla ricerca di istituzioni artistiche e culturali e di singoli artisti palestinesi.

La ricerca ha dato ottimi frutti, con incontri presso l’Accademia Nazionale di Belle Arti e con l’Associazione nazionale Pittori e Artisti Palestinesi di Ramallah. Si sono svolti incontri anche con artisti di Gerusalemme est, di Gaza, di Tulkarem e residenti in Israele. Il livello qualitativo è da subito apparso di livello eccelso, oltre ogni aspettativa.

Abbiamo incontrato anche le Autorità custodi dei luoghi santi, sia a Betlemme, sia a Gerusalemme e si è concordato, per effettuare il collegamento in video conferenza previsto durante la mostra, di richiedere l’autorizzazione a tutti i tre Ordini coinvolti nella custodia dei luoghi sacri (Chiesa Cattolica, Greci ortodossi e Armeni).

Il muro di cemento armato alto 9 metri ormai cinge d’assedio tutte le città ed i villaggi palestinesi, inclusa Betlemme, isolando e chiudendo in una fortezza a cielo aperto 4 milioni di persone che non possono vivere liberamente, spostarsi, commerciare, lavorare la propria terra. Le requisizioni di terreni e di case sono all’ordine del giorno.

Vivere nel Paese che non c’è

Come si può vivere in un Paese che non esiste? Ci vuole tutta la fantasia e l’incoscienza di un bimbo. Il Paese che non c’è, invece, esiste davvero ed è popolato da almeno quattro milioni di persone, mentre altrettanti vivono dispersi in 4 continenti: uomini, donne, bambini, anziani; soprattutto bambini.

Il Paese che non c’è, è tutto nascosto dietro ad un alto muro di cemento, i suoi abitanti non possono uscirvi e gli altri non possono entrarvi. Era una terra verde di ulivi centenari, ma molti di questi alberi, dal legno tortuosamente ricamato, sono stati tagliati. Nel Paese che non c’è si entra solo attraverso pochi passaggi guardati a vista dai soldati e dai loro M16, presidiati da metal detector, rilevatori di impronte digitali, filo spinato, porte girevoli in acciaio.

Può passare solo chi ha in tasca un permesso speciale, la carta blu. Molti abitanti del Paese che non c’è, hanno parenti e amici fuori dalle mura, coltivavano terre rimaste oltre il filo spinato, ma non ci possono più andare. I soldati non li fanno passare.

Gli abitanti del paese che non c’è rimasti fuori dal Paese che non c’è, sono privati della propria identità e gli è vietato sventolare la bandiera quadricolore del Paese che non c’è.

Questo strano Paese, in bilico tra il sogno e l’incubo, ha sempre meno spazio, le terre sono requisite dai soldati, le case abbattute per ragioni di sicurezza o per far posto a quelli di fuori. Il commercio tra i villaggi è vietato, moltissimi sono i negozi chiusi per ordine delle Autorità militari.

Anche i bambini che abitano o che sono nati nel paese che non c’è portano indelebile il marchio di una colpa antica e ignota: la loro terra e le loro case erano state promesse, a loro insaputa, ad un altro popolo. Un popolo perseguitato in terre lontane e sterminato a milioni. Un popolo che, migliaia di anni prima, viveva anch’esso nel Paese che non c’è e che oggi si è costruito un Paese tutto per se, dove mai più nessuno potrà perseguitarlo o fargli del male. Per crudeltà del destino e della storia, però, chi abitava nel paese che non c’è, prima di questo popolo oggi felice, è stato cacciato con la violenza dalle proprie terre e dalle proprie case ed oggi vive recluso in riserve come quelle degli Indiani d’America, circondati da un muro di cemento, da filo spinato e da torrette militari.

Il mondo fa finta di non vedere come vivono i tanti abitanti che si accalcano nei villaggi del Paese che non c’è, stretti tra angherie e stenti che sovente s’infliggono l’un l’altro.

E, d'altronde, come può vedersi un Paese che non c’è?

Gli abitanti di questo Paese immaginato non sono né tristi né rassegnati. Nei mercati e tra le bancarelle, fanno sfoggio di mille colori e stoffe sgargianti: molti aranci, terre bruciate e turchesi, i colori del magico Oriente. Tra le viuzze dei villaggi del Paese che non c’è, si respirano mille spezie profumate che si mescolano all’odore di polpette fritte e carne abbrustolita, puzzo di latrine e fogne mal funzionanti. I vestiti e la pelle s’impregnano di queste essenze forti che tutte mischiate insieme, formano l’odore di un popolo vivo. I bambini giocano e studiano nella polvere, respirano i fumi di diossina dell’immondizia bruciata, sono quasi tutti poveri e non vanno mai in vacanza; non possono uscire dalla gabbia di cemento e comunque non saprebbero dove andare.

Quasi ogni giorno qualcuno di loro muore, perché se lanciano i sassi, i soldati di fuori sparano, oppure qualche aereo senza pilota e senza cuore, ma con occhi da lince, lancia un razzo per colpire un loro parente che ha sbagliato o che aveva intenzione di fare del male a quelli di fuori.

Si sa, nelle guerre i bambini non vincono mai.

In molti villaggi del Paese che non c’è, mancano l’acqua, le medicine e, a volte, il cibo. Ma i bambini che ci abitano, le loro sorelle, i fratelli più grandi e perfino i nonni, non hanno smesso di ridere, di scherzare e di sperare.

Sperano che un giorno il mondo si accorga di loro e li liberi, che il muro si sgretoli e che possano avere, come tutti i bambini del mondo, una terra dove vivere e gioire.

Finalmente un Paese che c’è.

 

Home Su

AMICI DELLA TERRA LOMBARDIA   Via Einaudi 1, 20093 - Cologno Monzese - Tel. 02-27201315    Fax 02-45409226    Posta elettronica: info@adtlombardia.it